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Lettera di una millennial ai boomer

Lettera di una millennial ai boomer

Siamo cresciuti così, con le vostre speranze e le vostre previsioni per il futuro, fondate sull'esperienza di chi è cresciuto in un mondo in ascesa, un'economia in crescita, una guerra alle spalle vissuta non in prima persona ma attraverso i traumi dei propri genitori. Siamo cresciuti sentendoci inadeguati, perchè dovevamo essere come voi, pieni di iniziativa, di speranza e di energia. Ma a noi già qualcosa non convinceva, ci guardavamo intorno e la situazione ci puzzava. Non vedevamo il mondo con gli occhiali rosa, con la visione che ci avevate insegnato ad avere, con gli standard di qualità che ci avete insegnato a perseguire, a raggiungere. Eravamo solo dei bambini eppure già vedevamo la discrepanza tra un mondo che sarebbe dovuto andare nel modo in cui ci avete insegnato, e invece stava andando in tutt'altra direzione.

All'inizio piano, impercettibilmente, la linea si discostava lentamente da quella tracciata da voi: una crisi economica, i conti non tornavano più. Avreste voluto darci ciò che avevate pianificato, ma avete dovuto fare qualche taglio qui e lì. Nulla di grave vi dicevate, è un piccolo inconveniente, un lieve rallentamento, il futuro sarà più roseo.

Poi le disuguaglianze sono aumentate, e voi che vi eravate ben posizionati in quella zona grigia di chi non è povero né ricco, avete dovuto ricalcolare il percorso, scendere a compromessi, capire che il mondo sempre più globalizzato e digitalizzato aveva delle conseguenze dirette sulla vostra vita. O ti adatti, sgomiti, cambi completamente te stesso, la tua idea di cos'è il lavoro, o muori di fame. E molte volte non è nemmeno tua la scelta tra le due.

Dopo gli scienziati hanno iniziato a dire che la crescita, il benessere economico che avete sempre augurato ai vostri figli, avrebbe portato l'umanità all'estinzione. E prima avete fatto finta di non sentire, poi di non capire, poi di agire, convincendovi che certi gesti, come la raccolta differenziata, erano tutto ciò che si poteva fare, e che suvvia, la situazione non era così grave.

Il momento in cui la linea tracciata da voi e la realtà hanno iniziato ad allontanarsi palesemente, tanto che nemmeno voi avete più potuto far finta di nulla, è stato con la pandemia. Improvvisa, sconosciuta, pericolosa. Vi siete indignati, scioccati, avete tirato fuori teorie senza senso, e rivendicato diritti che ahimè, in un'emergenza del genere, a noi sembravano più dei privilegi. Vi abbiamo visti agitarvi e soffrire, e ci siamo agitati anche noi, e abbiamo sofferto, ma a noi non sembrava tutto così improvviso e inaspettato.

Poi è finita, ma mentre voi cantavate vittoria, noi siamo rimasti in silenzio, aspettando una nuova minaccia, un nuovo cambiamento spaventoso. Un po' perché atrofizzati dall'incertezza del domani che abbiamo allenato durante la pandemia, un po' perché, nati più nel futuro rispetto a voi, siamo più bravi ad unire i puntini del presente. E beh, la nuova minaccia è arrivata eccome, la guerra. Ora questo non è solo un enorme, gigantesco "te l'avevo detto", perché avere ragione, in questo caso, non dà alcuna soddisfazione. Avrei preferito sbagliarmi. Avrei preferito che il vostro mondo in ascesa fosse anche il nostro.

Vi scrivo, invece, per dirvi di aprire gli occhi, di smettere di difendere il fantasma del mondo di ieri ed iniziare a costruire insieme il mondo di domani. Noi abbiamo smesso di aspettarci la linea retta che ci avevate promesso. Abbiamo imparato a convivere con l'incertezza, a non chiamarla più catastrofe ma semplicemente domani. È questa la distanza che spesso ci divide: voi con le vostre certezze, noi con la capacità di vivere senza. Non vi chiediamo di capirci del tutto. Vi chiediamo solo di smettere di pretendere che diventiamo voi. Il mondo che ci avete consegnato non lo permette più, e va bene così. Lo abiteremo a modo nostro.


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