Marte, l'eterno "tra vent'anni"

Settant'anni di promesse marziane, e ogni volta il pianeta rosso si allontana alla stessa velocità con cui ci avviciniamo.
Giugno 2016, Code Conference, Rancho Palos Verdes. Elon Musk parla sul palco con quell'aria da imbonitore stanco che gli viene bene: "Se le cose vanno secondo i piani, dovremmo essere in grado di lanciare persone probabilmente nel 2024 con arrivo nel 2025." Settembre 2016, International Astronautical Congress di Guadalajara: un milione di persone su Marte, inizio della colonizzazione nel 2022. Maggio 2025: forse una sonda senza equipaggio entro fine 2026, al cinquanta per cento. Febbraio 2026: rimandiamo tutto di cinque-sette anni, prima dobbiamo concentrarci sulla Luna — quella stessa Luna che fino a un anno prima Musk definiva "una distrazione".
C'è una cosa curiosa, in Marte. Si allontana da noi alla stessa velocità con cui ci muoviamo verso di esso. Una specie di paradosso di Zenone in scala interplanetaria: per ogni passo che facciamo, il pianeta rosso fa un passo indietro. E non è una stranezza degli ultimi dieci anni di Musk. È così da settant'anni esatti.
Il primo Marte: 1948
Tutto comincia in un posto improbabile: Fort Bliss, New Mexico, 1948. Wernher von Braun, l'ingegnere tedesco che aveva guidato il programma dei V-2 nazisti, ora prestato all'esercito degli Stati Uniti, ha del tempo libero tra un test missilistico e l'altro. Lo impiega scrivendo un romanzo di fantascienza su una spedizione umana su Marte. Il romanzo è — per ammissione dei pochi che lo hanno letto allora — non particolarmente bello. Diciotto editori americani lo rifiutano. Sopravviverà solo l'appendice tecnica, pubblicata in Germania nel 1952 come Das Marsprojekt e tradotta in inglese l'anno successivo. (Il romanzo vero e proprio uscirà solo nel 2006, ventinove anni dopo la morte di von Braun.)
Il piano è di quelli che oggi chiameremmo deliranti, allora si chiamavano visionari. Una flotta di dieci astronavi. Settanta astronauti. Quattrocentoquarantatré giorni sulla superficie marziana. Novecentocinquanta lanci preparatori da una base nel Pacifico, l'atollo di Johnston Island — che, piccola nota a margine del senno di poi, sarebbe diventato negli anni Sessanta uno dei principali siti di test nucleari americani, e oggi è essenzialmente un cimitero radioattivo chiuso al pubblico. Data di lancio prevista per la missione marziana: 1965.
Poi arriva Collier's, una delle riviste più lette d'America. Tra il 1952 e il 1954 pubblica otto puntate intitolate Man Will Conquer Space Soon!, illustrate dai dipinti iperrealistici di Chesley Bonestell, l'artista che più di chiunque altro ha definito l'estetica del futuro nel Novecento. Sono quelle immagini lì: città a cupole sotto un cielo color salmone, astronavi a forma di sigaro, esploratori in tute bianche che piantano bandiere su deserti color ruggine. Il futuro era a portata di mano, bastava costruirlo. E il 1965 sembrava una data del tutto ragionevole.
La galleria dei Marte mancati
Spoiler: nel 1965 nessun essere umano è andato su Marte. Né lo aveva fatto nel 1985, nel 2005, nel 2025. Ma in compenso, in quei settant'anni, qualcuno ha continuato a promettercelo. Con cadenza regolare, quasi rituale.
Settembre 1969. L'Apollo 11 è tornato dalla Luna da poche settimane. Lo Space Task Group istituito da Nixon, presieduto dal vicepresidente Spiro Agnew, consegna alla Casa Bianca un rapporto che raccomanda una missione umana su Marte entro la fine degli anni Ottanta. L'Opzione I del piano richiede il raddoppio del budget NASA entro il 1980. Nixon legge, guarda il preventivo, pensa al Vietnam e ai programmi sociali da finanziare, e dice di no a tutto. È il primo Marte cancellato per ragioni di bilancio. Non sarà l'ultimo.
20 luglio 1989. Ventesimo anniversario dello sbarco lunare. George H. W. Bush sale sui gradini del National Air and Space Museum di Washington, alle sue spalle l'equipaggio dell'Apollo 11, e annuncia lo Space Exploration Initiative. Costruzione di una stazione spaziale, ritorno alla Luna "per restarci", e poi — testuali parole — "un viaggio nel domani, un viaggio verso un altro pianeta, una missione umana su Marte." Stima dei costi pubblicata pochi mesi dopo: cinquecento miliardi di dollari spalmati su trent'anni. Il Senato democratico ride. Il senatore Al Gore, di lì a poco vicepresidente, commenta che Bush ha offerto al paese non una sfida ma "una fantasticheria a cui dedicarci brevemente." L'iniziativa muore nel giro di due anni.
14 gennaio 2004. Quartier generale della NASA, Washington. George W. Bush, figlio del precedente, annuncia la Vision for Space Exploration: ritorno alla Luna entro il 2020, e poi — naturalmente — Marte. Niente date precise per il pianeta rosso, solo "missioni più ambiziose" da svolgere usando la Luna come "trampolino di lancio". Anche questo piano svanirà silenziosamente nei tagli post-crisi del 2008.
15 aprile 2010. Kennedy Space Center, Florida. Barack Obama, davanti a una platea di ingegneri NASA che lo guarda con un misto di speranza e scetticismo: "Entro la metà degli anni 2030, credo che potremo inviare esseri umani in orbita attorno a Marte e riportarli a casa in sicurezza. E poi seguirà un atterraggio su Marte." Pausa, applausi, poi la frase che riletta nel 2026 fa un certo effetto: "E mi aspetto di esserci per vederlo." Obama oggi ha sessantaquattro anni, sta benissimo, e su Marte non c'è nessuno.
2016–2026. Elon Musk, che a quella sequenza di scadenze mancate ne aggiunge una al ritmo di una ogni dodici-diciotto mesi. La fine di Obama coincide con l'inizio di Musk. Il testimone passa dal pubblico al privato, ma la coreografia è la stessa: annuncio enfatico, data ambiziosa, ritardo, riformulazione, nuovo annuncio. La colonizzazione comincia nel 2022. Persone su Marte nel 2025. Sonda automatica nel 2026, ma al cinquanta per cento. Anzi no, rimandiamo di cinque-sette anni, ora ci concentriamo sulla Luna.
Quaranta giorni dopo l'allunaggio, settant'anni dopo Das Marsprojekt, settant'anni dopo Bonestell, settant'anni dopo l'atollo di Johnston: il futuro continua a essere esattamente lo stesso futuro. Solo, sempre vent'anni più in là.
Lo stesso Marte, narrato diversamente
A questo punto viene il sospetto. Non è solo che ci sbagliamo sui tempi: ci sbagliamo, forse, sulla cosa stessa. O meglio: continuiamo a sognare esattamente lo stesso Marte di settant'anni fa.
Le illustrazioni che SpaceX rilascia oggi nei suoi keynote — tute bianche, deserti rossi, cupole trasparenti, il sole pallido all'orizzonte — sono in linea di continuità diretta con i dipinti di Bonestell del 1952. Stessi corpi, stessa luce, stessa estetica del frontier. Sono passate sette decadi e l'immaginazione del pianeta rosso non si è mossa di un millimetro. Cambiano i poligoni del rendering, non l'inquadratura.
Anche la retorica è la stessa. Quando John F. Kennedy alla Rice University nel 1962 diceva "scegliamo di andare sulla Luna in questo decennio e fare le altre cose, non perché sono facili ma perché sono difficili", stabiliva un copione che dura ancora. L'esplorazione come prova di carattere. Il progresso come destino dell'umanità. La frontiera come categoria morale. Sessantaquattro anni dopo, ascoltare Musk parlare di "rendere l'umanità multiplanetaria" produce un effetto vertiginoso di déjà vu: è lo stesso linguaggio, declinato uguale, con un vocabolario aggiornato di una decina di parole.
E però — e qui c'è il vero scarto, il vero senno di poi — una cosa è cambiata. È cambiata in profondità, senza che ce ne accorgessimo davvero.
Per von Braun e per Kennedy, andare su Marte era un'espansione. La continuazione naturale di una storia umana in ascesa: dall'Africa all'Eurasia, dall'Europa alle Americhe, dalla Terra alla Luna, dalla Luna a Marte. La frontiera che si sposta sempre un po' più in là, e dietro la frontiera resta una casa accogliente che continua a prosperare.
Per Musk — e per noi, oggi — andare su Marte è una fuga. È letteralmente questo che dice: "dobbiamo diventare una specie multiplanetaria per sopravvivere a un evento estintivo." Marte non è più la prossima tappa di un viaggio: è la scialuppa di salvataggio per quando la nave affonderà. La narrazione apparente è la stessa di settant'anni fa — gli stessi rendering, la stessa retorica della frontiera — ma il motore emotivo sotto è capovolto. Non andiamo perché stiamo bene. Andiamo perché abbiamo paura.
Marte come segnaposto
Roberto Paura, nel suo Occupare il futuro, fa un'osservazione che a leggerla la prima volta fa una certa impressione: le visioni del futuro che ci vengono vendute oggi — Marte, la realtà virtuale, l'intelligenza artificiale che ci salva o ci distrugge — erano già perfettamente formate negli anni Cinquanta. Il fatto stesso che siano rimaste identiche per settant'anni, suggerisce Paura, dovrebbe farci venire qualche dubbio.
Il dubbio è questo: forse Marte non è il futuro. Forse Marte è il segnaposto del futuro. Un cartello giallo piantato all'orizzonte che dice "lavori in corso" e che non si toglie mai, perché la sua funzione non è essere un futuro effettivo, ma occupare lo spazio mentale in cui un futuro potrebbe formarsi.
Paura usa un'espressione bellissima per descrivere questo meccanismo: parla di colonizzazione del futuro. L'idea — che dà anche il sottotitolo del libro — è che il futuro come dimensione del possibile, del non ancora, del radicalmente altro rispetto al presente, ci sia stato sottratto. È occupato. Da chi? Da chi controlla il presente: oggi, in larga parte, dai miliardari della space economy. Bezos, Musk, Branson. Quelli che hanno i soldi per produrre le visioni del futuro che poi noi consumiamo gratis nei loro keynote.
Il gioco di parole, a questo punto, è troppo bello per non farlo: per colonizzare Marte, stiamo colonizzando il nostro futuro. Cioè: per inseguire un unico futuro possibile — sempre lo stesso, sempre quello — abbiamo smesso di immaginarne altri.
Il senno di poi, davvero
Non si tratta di dire che Marte non si farà mai. Magari si farà. Magari nel 2040, magari nel 2080, magari mai. Non è il punto.
Il punto è un altro, ed è quello che giustifica una rubrica chiamata "col senno di poi". Settant'anni di energia intellettuale, di copertine di riviste, di discorsi presidenziali, di TED talk, di render fotorealistici, di dibattiti pubblici, di soldi pubblici — tutto concentrato su un unico futuro, sempre lo stesso, sempre rimandato di vent'anni. Cosa abbiamo smesso di immaginare mentre immaginavamo Marte? Quali futuri terrestri, vicini, possibili, sono passati inosservati sotto la luce rossa abbagliante di quel sogno?
Il senno di poi non è solo guardarsi indietro per ridere degli errori commessi, anche se ogni tanto fa bene farlo (rileggi Obama nel 2010: "mi aspetto di esserci per vederlo", e prova a non sorridere). Il senno di poi è anche accorgersi delle strade non prese, dei futuri che non abbiamo nemmeno cominciato a immaginare perché eravamo troppo occupati a immaginare sempre lo stesso.
Marte è un futuro che non smette di essere futuro. È sempre lì, sempre vent'anni più in là, sempre disegnato uguale, sempre annunciato con le stesse parole. Forse il vero gesto col senno di poi — il gesto rivoluzionario che questa rubrica vorrebbe provare a fare, articolo dopo articolo — è semplicemente voltarsi. Smettere per un attimo di guardare l'orizzonte rosso. E vedere cosa c'era ai lati della strada, mentre eravamo fissi a guardare avanti.
Fonti
Obama, Barack. Discorso al Kennedy Space Center, Florida, 15 aprile 2010.
Musk, Elon. Intervento al Code Conference, Rancho Palos Verdes, giugno 2016.
Paura, Roberto. Occupare il futuro. Prevedere, anticipare e trasformare il mondo di domani. Codice Edizioni, 2021.
Kennedy, John F. Discorso alla Rice University, Houston, Texas, 12 settembre 1962.
